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Il profilo
 

 

Nato a Giulianova nel 1970, ha conseguito la Laurea in Fisica presso l’Università di Camerino.

Dottorato di ricerca in Scienza dei Materiali presso l’Università di Oxford.

Ha ricoperto incarichi come ricercatore universitario presso le Università di Cagliari, Exeter (UK) e Oxford (UK), dove ha studiato le proprietà fondamentali di materiali come il silicio per la microelettronica, il tungsteno per applicazioni nella tecnologia della fusione nucleare e l’argento nella forma di film sottile per applicazioni in fotonica.

E’ stato responsabile di progetti per la ricerca, lo sviluppo e la produzione di cristalli di silicio monocristallino per applicazioni di microelettronica all’interno di importanti aziende multinazionali leader nel settore (MEMC Electronic Materials Inc., Globalwafers Co. Ltd.).

E’ autore di decine di pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali (alcune citate più di 80 volte) e co-autore in almeno tre brevetti. Attualmente a Shanghai ricopre il ruolo di Direttore Tecnico presso un’azienda cinese di semiconduttori dove si stanno sviluppando le tecnologie per produrre monocristalli di silicio di alta qualità.

Questi cristalli sono richiesti per poter alimentare la grossa produzione dei dispositivi elettronici in Cina.

Giuliese da generazioni, appartiene ad una famiglia la cui presenza a Giulianova è già riportata negli archivi nella prima metà dell’800.

Il nonno Armando è stato tra il gruppo di persone che hanno avviato le prime attività dello storico Istituto Gualandi per Sordomuti di Giulianova, attività poi continuata dal padre Antonio (Nino) con la gestione del laboratorio di sartoria all’interno dell’Istituto. La mamma Antonietta è stata un’insegnante di Lettere alla scuola media Pagliaccetti, ora in pensione e residente a Giulianova.

La musica è l'hobby preferito da Armando, coltivato anche a Shanghai.

 
 
Attualità
giuliesi nel mondo 2020
di Ludovico Raimondi
 
Armando Giannattasio tra i cristalli e le note di Shanghai
 

 
GENNAIO 2020 - Giulianovailbedere.it torna alla riscoperta dei "figli di Giulianova" che si distinguono e si affermano, nei rispettivi campi professionali, lontano dalla propria città. La rubrica "Giuliesi nel mondo" ha in programma la presentazione mensile delle figure che rappresentano un orgoglio e un vanto per Giulianova in Italia e all'estero e che, in ogni caso, vivono altrove - per scelta di vita, maggiori opportunità o necessità -, esperienze e vicende da raccontare.

La prima puntata del 2020 è dedicata ad Armando Giannattasio, 50 anni, Laurea in Fisica conseguita a Camerino e Dottorato di ricerca in Scienza dei Materiali presso l’Università di Oxford, autore di numerose pubblicazioni su riviste internazionali specializzate e coautore di almeno tre brevetti nel settore dell'elettronica e, ancor più in particolare, della microelettronica. Dopo varie esperienze in aziende multinazionali, leader nel settore, Giannattasio è attualmente a Shanghai, in veste di Direttore Tecnico presso un’azienda cinese di semiconduttori dove si stanno sviluppando le tecnologie per produrre monocristalli di silicio di alta qualità e richiesti per l'alimentazione della grossa produzione dei dispositivi elettronici in Cina.

 

- Giannattasio, in che cosa consiste il tuo lavoro?

Da più di 12 anni mi occupo della produzione di grossi cristalli di silicio monocristallino (del peso di qualche centinaio di kg) di qualità molto elevata. Dopo un lungo periodo di lavoro svolto a Merano, in Alto Adige, da sei mesi mi sono trasferito a Shanghai dove ricopro la posizione di Direttore Tecnico della produzione di cristalli in una giovane azienda cinese che però ha l’obiettivo molto chiaro ed ambizioso di diventare il produttore numero uno in Cina di cristalli di silicio per applicazioni di microelettronica. Un cristallo di silicio monocristallino è il materiale di partenza da cui si produce la singola fetta di silicio o, in termini tecnici, il “wafer” di silicio (anche se questo normalmente non si mangia, al contrario di più famosi wafers). Un wafer di silicio ha uno spessore di meno di un millimetro ed è costituito da una sequenza di atomi di silicio ordinati, tutti disposti secondo uno lo stesso orientamento. Solitamente viene venduto in forma di disco di diametro tra 150 e 300 mm e rappresenta il substrato ideale sul quale vengono realizzati quasi tutti i dispositivi elettronici che usiamo nella vita di tutti i giorni: dalle memorie o dai processori contenuti all’interno dei nostri telefoni e computer, ai dispositivi di potenza che permettono di far funzionare alimentatori, amplificatori, celle fotovoltaiche o anche i motori elettrici delle automobili moderne. Diciamo che c’è un pezzetto di silicio monocristallino in quasi tutti i dispositivi elettronici che ci circondano. Bisogna dire però che il processo di produzione di questo materiale importantissimo per la nostra vita moderna è molto complicato e richiede l’uso di tecnologie di altissimo livello, a cominciare dal procedimento di purificazione del silicio, poichè questo deve esser puro al 99.999999% per poter essere usato in microeletronica. Inoltre, poichè i nuovi circuiti integrati tendono ad essere sempre più piccoli, il substrato di silicio deve essere praticamente privo di difetti cristallografici, anche quelli di più piccole dimensioni (qualche nanometro), per cui sono state sviluppate tante tecnologie molto complicate (tutte brevettate o soggette a strette regole di protezione della proprietà intellettuale) per raggiungere i risultati migliori. Inutile dire che in questo settore la competizione a livello internazionale è spietata e negli ultimi anni la produzione in larga scala di cristalli di silicio per elettronica si è fortemente sbilanciata verso l’Asia, dove al momento i giapponesi sono i maggiori produttori di silicio di grado elettronico. La Cina, nonostante la richiesta imponente di wafers dovuta anche alla crescita di colossi della telecomunicazione come Huawei, al momento non possiede la tecnologia necessaria per produrre silicio di alta qualità ed è per questo che sono stato chiamato a supportare questa attività di sviluppo.

- Quale scintilla si è accesa nell’intraprendere la tua professione e quali sono stati i “segreti” della tua carriera?

Dopo aver conseguito la laurea in Fisica a pieni voti, ho cominciato subito a lavorare con un contratto a tempo indeterminato in una azienda di circuiti stampati non lontano da Giulianova. L’ambiente lavorativo era buono, il lavoro era interessante anche se non proprio consono alla mia specializzazione, ma ad un certo punto ho sentito il bisogno di cambiare e di conoscere meglio il mondo fuori dall’Abruzzo, pur essendo orgogliosamente attaccato alla mia terra di origine. Mi piace fare ricerca, per cui sono partito da Giulianova alla prima buona occasione che mi si è presentata, lasciando dietro i miei affetti più cari, la famiglia, gli amici, i luoghi dell’infanzia. Fare il ricercatore per definizione vuol dire viaggiare, spostarsi per poter raccogliere nuovi dati, scoprire ed imparare nuove cose, rielaborare le tutte le informazioni e creare nuove teorie. La curiosità credo sia stata la causa che mi ha spinto ad intraprendere questo percorso che è cominciato con la mia ammissione ai corsi di dottorato di ricerca dell’Università di Oxford, presso il Dipartimento dei Materiali. Oxford è una città che espone chi la visita al contatto diretto con persone provenienti da tutto il mondo e che arrivano in città per imparare o per condividere il loro sapere, sapendo comunque di dover ripartire. Ho trascorso quasi sette anni in Inghilterra poichè dopo il dottorato sono rimasto a lavorare come ricercatore universitario. Probabilmente fare quell’esperienza è stato l’investimento più importante della mia vita professionale; tante conoscenze che ho fatto ad Oxford hanno segnato la mia vita professionale e personale e dopo tanti anni ho ancora tanti amici e colleghi sparsi per il mondo. Rientrando in Italia ho scelto di continuare la mia attività professionale in un’azienda multinazionale, dove ho potuto affiancare alla pura ricerca applicata un’intensa attività di gestione di progetti complessi e di interesse strategico. Oggi mi ritrovo un bagaglio tecnico riconosciuto a livello internazionale ed una dimostrata capacità nella gestione di progetti critici e prioritari per l’azienda.

- I successi manageriali quali onori e oneri, anche nel senso di relazioni sociali, comportano in una realtà come quella cinese e di Shanghai in particolare?

Forse è ancora troppo presto per fare un consuntivo, però devo dire che tanti pregiudizi sui cinesi che generalmente si possono dare in Italia sono abbastanza sbagliati. In genere per mia natura mi trovo a mio agio con quasi tutte le persone, per cui magari non rappresento la popolazione media, però posso dire che i colleghi cinesi con cui mi interfaccio direttamente a lavoro non mi hanno mai causato maggiori problemi o disagi rispetto ai miei colleghi italiani o europei. Certo bisogna sforzarsi un pò di comprendere il loro modo di ragionare, armandosi di parecchia pazienza, ma per me non è stato necessario fare uno sforzo enorme, fino ad ora. D’altro canto quello che ho di ritorno da parte dei cinesi è un profondo rispetto della mia cultura, della mia formazione e carriera, ma anche del semplice fatto di essere italiano. Qui in Cina sono stato subito inserito nella lista nazionale dei “talenti” stranieri e devo dire che è un riconoscimento semplice che però fa tanto piacere. Shanghai è stata sempre una città aperta alla cultura straniera e come me qui vivono tantissimi occidentali con un ottimo passato professionale alle spalle e spesso queste persone si incontrano regolarmente formando dei bei gruppi e rendendo così ancora più bella la loro esperienza da “expat”, come ci chiamano da queste parti.

- Gli impegni ad alto livello comportano rinunce e sacrifici inevitabili. Nel tuo caso, quali in particolare?

Per adesso la mia famiglia è ancora in Italia e ci vediamo solo in video-chiamata, tutti i giorni. I miei due ragazzi vanno a scuola a Merano, hanno lì i loro amici ed hanno le loro abitudini, per cui io e mia moglie abbiamo deciso di non spostarli in un altro ambiente così diverso da quello dove vivono adesso. Chiaramente il fatto di essere così fisicamente lontani è il sacrificio più grosso per me e per la mia famiglia.

- Quali sono i tuoi passatempi in una megalopoli come Shanghai?

Shanghai è una delle città più internazionali che abbia mai visitato. La città è stata sempre esposta a culture occidentali con interi quartieri concessi in gestione ad altre nazioni europee o americane. In queste zone della città si può ritrovare un pezzo di casa nostra, a partire dal tipo di costruzione delle case per finire ai negozi ed ai ristoranti tipici della tradizione europea. Nel fine settimana spesso mi reco in questi luoghi della città dove si incontrano tantissime persone occidentali e certe volte i cinesi sembrano quasi una minoranza, soprattutto nelle ore notturne quando Shanghai è comunque “sveglia” ed offre tantissimi locali da visitare. Il mio hobby principale è sempre stata la musica, suono pianoforte e chitarra, per cui non mancano anche le jam session con i miei colleghi “musicanti” locali. Il caso poi vuole che abbia incontrato a Shanghai alcuni miei amici cinesi dei tempi di Oxford che ora sono tornati in Cina, per cui tante serate le ho trascorse con loro e con altri loro amici. Poi sembra impossibile, ma non mancano le rimpatriate con gli amici giuliesi che lavorano qui o sono qui di passaggio.

- I “made in Italy” che più rendono orgoglioso un italiano all’estero e nel tuo caso specifico?

A Shanghai c’è un’attenzione particolare per la moda e il design, e devo dire che l’Italia è ancora abbinata a marchi storici della moda e alle automobili di lusso, nel bene e nel male. Certo, è una cosa che ci rende orgogliosi, ma forse si potrebbe fare anche di meglio. In generale c’è un riconoscimento della grandezza culturale e della bellezza dei prodotti e dei luoghi dell’Italia. Tutti capiscono e sanno dove si trova l’Italia quando mi chiedono da dove arrivo e rispondo “Italy”. Questo rende noi italiani sicuramente fieri, ma spesso tutto è riferito ad un passato che diventa sempre più lontano e meno corrispondente alla realtà in cui vivono gli attuali abitanti dell’Italia. Se solo volessimo, noi italiani potremmo avere tanti altri motivi in più per farci conoscere ed essere davvero orgogliosi di noi stessi.

- Ci sono anche etichette che portiamo appiccicate addosso agli occhi degli stranieri. Le più comuni mafia, spaghetti e pizza. Ti è capitato di sentirle espresse anche a Shanghai e nei paesi in cui sei stato?

Beh sì, mi è capitato. La mafia rappresenta ormai uno stereotipo che sarà difficile abbattere nel breve termine. Alla fine di una cena con colleghi cinesi, uno di loro, dopo aver bevuto abbastanza alcool, si è permesso di dirmi che noi in Italia abbiamo solo mafia e belle scarpe. Ho risposto chiedendo quale fosse la mafia migliore, quella italiana o quella cinese. Da qui è partito un lungo dibattito che alla fine ha portato questa persona a decidere di visitare assolutamente la Sicilia durante la prossima estate. Questo per dire che spesso certi pregiudizi sono frutto di ignoranza e noi dobbiamo fare in modo di far conoscere le cose belle del nostro paese. E’ un percorso lungo e difficile, ma dobbiamo farlo. Comunque a Shanghai si fa anche il Festival della Pizza, mentre a Giulianova no.

- E’ davvero necessario emigrare per vedere realizzati i propri sogni ed espresso al meglio il proprio talento? E anche per capire che l’ombelico del mondo forse è il mondo stesso, non l’orticello di casa?

Se sia vero in generale non lo so. Per me è stato ed è necessario ancora adesso. Quando sei all’estero puoi vedere il tuo orticello di casa da un altro punto di vista che prima non potevi conoscere, semplicemente perchè non ti eri mai messo in quella posizione a guardarlo. Solo dopo averlo scrutato da tutti i punti di vista puoi capire ed apprezzare il posto in cui hai deciso di costruire la tua casa. Se poi il luogo non dovesse piacerti, allora puoi sempre cambiare, nulla ti limita davvero a rimanere in un posto che alla fine non ti piace, oppure te lo fai piacere per la comodità di non partire. Sinceramente penso che alla fine di tutto questo mio giro tornerò al mio orticello molto più soddisfatto di prima perchè ora conosco qualche cosa in più di come è fatto il mondo fuori.

- C’è una meritocrazia lì, che in Italia non c’è? E quanto è importante studiare o fare esperienze “fuori”, lontano da casa, per maturare la mentalità di allontanarsi dalla proprie radici?

La mia esperienza di meritocrazia in Italia è molto negativa, ma questo non mi porta a generalizzare e dire che sia così per tutti. Qui in Cina è ancora presto per me per dirlo. Vedo che sicuramente la carriera in Cina non dipende solo da quanto uno sia bravo a livello professionale, poichè specialmente a livello di gestione statale le amicizie legate al Partito Comunista contano eccome. Anche questo nel bene e nel male. Quello che posso dire è che se sei incapace di dimostrare la tua competenza in un settore, sicuramente in Cina non hai possibilità di carriera e non ti metteranno mai a capo di una organizzazione o a gestire un progetto importante, come è giusto che sia. Tanti cinesi che hanno studiato all’estero adesso stanno tornando in Cina poichè trovano lavori e stipendi adeguati alla loro preparazione. In passato questo non succedeva e tanti laureati cinesi rimanevano all’estero per lavorare. Questo per dire che il fenomeno dei cervelli in fuga non è solo italiano. Io penso che alla fine uno si allontana dalle proprie radici e si reca in altri luoghi per soddisfare le proprie necessità lavorative, affettive, finanziarie, ma senza rinnegare mai le proprie origini.

- Segui le vicende italiane e giuliesi? Cosa ne pensi?

Ci provo, uso chiaramente il web per tenermi aggiornato. Per quanto riguarda Giulianova sono dentro qualche gruppo specifico sui social network e ricevo notizie regolarmente che leggo quando ho un po’ di tempo. Tra l’altro qui Facebook e Google sono oscurati, per cui non è sempre facile. Tra le varie, amo le foto panoramiche di Giulianova che vengono spesso proposte dai vari fotografi giuliesi. Una foto non ha bisogno di parole per suscitare tante emozioni in una frazione di secondo. Una immagine è diretta e quelle della mia città mi rendono immediatamente sereno il più delle volte. Sicuramente non mi piacciono le immagini legate alla politica italiana, specie quelle che rimandano indietro nella memoria e nel tempo di quasi cento anni fa.

- Cosa ti porti dentro e ti manca di Giulianova?

Nei miei trascorsi lavorativi ho vissuto sempre in bei posti dove però mancava una componente essenziale: il mare. La cosa che mi manca di più di Giulianova è la sua spiaggia ed il suo mare. Anche qui, chi è nato e rimasto a Giulianova sa di vivere in un bel posto, ma chi si allontana per un lungo periodo riesce ad apprezzare forse di più quello che un giuliese ha sotto gli occhi tutti i giorni e magari vive con una certa abitudine.

- E i ricordi indelebili?

I miei ricordi indelebili sono spesso legati agli anni della mia infanzia, delle scuole De Amicis e Pagliaccetti, del Liceo Scientifico quando era ancora sul lungomare e ogni giorno andando a scuola in bicicletta potevo godere della vista di quella meravigliosa spiaggia senza ombrelloni e turisti. Quelli sono gli anni in cui ho goduto della mia città poichè ne ero parte attiva. Poi già all’Università ho dovuto allontanarmi per poi ritornare a Giulianova per un breve periodo lavorativo di due anni. Qui ho potuto riallacciare i rapporti con i vecchi amici di sempre fino a quando sono poi partito per rimanere fuori dall’Abruzzo.

- Ti capita di tornare spesso nella tua città natia, come in occasione delle ultime festività natalizie?

Sì certo, due o tre volte l’anno torno con la famiglia. Mia madre è sempre contenta di ospitarci nel suo appartamento in via Bolzano a Giulianova Lido.

- Non c’è giuliese che non abbia la passione per il calcio e l’amore per la maglia giallorossa: tu non sfuggi alla regola?

Ad Oxford avevo appeso la sciarpa giallorossa! Mi piace il calcio, ma devo confessare che ormai non lo seguo più, al contrario di mio figlio che invece è un esperto e sa tutto di tutte le squadre e calciatori, per cui mi tengo informato tramite lui. La mia carenza in fatto di sport è stata sempre rimpiazzata con un forte amore per la musica, per cui potrei dirti chi sono i miei riferimenti artistici piuttosto che sportivi.

- Ad esempio?

Ne potrei citare due. Il primo musicista appartiene al mondo classico ed è Bach. In gioventù ho studiato pianoforte e ho potuto apprezzare il metodo quasi scientifico con cui Bach componeva, avendo egli gettato le fondamenta di tutta la musica occidentale degli ultimi secoli. Il mio altro riferimento musicale è, in verità, un gruppo degli anni settanta: i Pink Floyd. Come Bach, i Pink Floyd sono stati sempre pronti a sperimentare nuove tecniche di suono e nuovi stili musicali, con risultati sorprendentemente innovativi soprattutto in quegli anni in cui il gruppo è stato attivo. Mi riferisco anche al fatto di abbinare la musica ad immagini elaborate e surreali che proiettano davvero lo spettatore in un mondo fantastico, quello che molti di noi magari sognano di abitare, anche per la sola durata di uno spettacolo. Mi piacciono anche i temi che vengono trattati nei loro testi, talvolta legati ai seri problemi della nostra società, talvolta piùdolci e sognanti.

- Se ti dico Cupola di San Flaviano, cosa ti viene in mente d’acchito?

Tre cose: 1) Il profilo di Giulianova paese visto dalla mia vecchia camera; 2) il compianto parroco Don Domenico, le lezioni di catechismo sotto la cripta e la mia prima comunione in quella stessa chiesa; 3) La festa della Madonna dello Splendore, con la parte più profana dei vari artisti sul palco in piazza Buozzi e i fuochi pirotecnici nel finale della festa.

 
(le foto sono state poste a disposizione da Armando Giannattasio, che ringraziamo)
 

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