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All’amministratore
delegato della Fiat
Sergio Marchionne
Ai dirigenti del gruppo
Fiat
Ai rappresentanti delle
organizzazioni sindacali
Ai lavoratori
Roma, 15 luglio 2010 -
La vicenda della Fiat sta assumendo una dimensione tale da coinvolgere il
Governo, le Istituzioni e le forze politiche che, come l’Italia dei Valori hanno
a cuore il futuro dell’industria, dell’economia e dell’occupazione sana del
nostro Paese.
L’Italia dei Valori ha
individuato due punti di partenza per poter agire con saggezza su un tema così
delicato, rispettando l’autonomia dell’impresa e del sindacato. Innanzitutto
bisogna sottolineare che la Fiat è un’azienda che ha sempre ricevuto importanti
finanziamenti pubblici da parte dello Stato e non può quindi pensare all’Italia
solo come ad un mercato, come se non vi fosse una responsabilità sociale per le
risorse ricevute. In secondo luogo, è necessario considerare gli esempi che
arrivano dalla nuova mappa mondiale dei produttori di auto. Le aziende in
Francia e in Germania si stanno occupando dei nuovi mercati e,
contemporaneamente, investono nel proprio Paese senza mettere in
contrapposizione i diritti dei lavoratori con i piani industriali.
Ci poniamo quindi alcune
domande che giriamo agli azionisti, ai dirigenti della Fiat ed ai rappresentanti
dei lavoratori.
Come si spiega che
l’industria dell’auto tedesca, con un accordo tra Merkel e sindacati, stia
investendo nel proprio Paese per produzioni qualificate e di alto valore
aggiunto?
Come si spiega che
l’intenzione della Renault in Francia di chiudere stabilimenti e portare la
produzione in Turchia sia stata definitivamente bloccata da Sarkozy?
Come si spiega che negli
Usa gli aiuti pubblici alla Chrysler/Fiat sono stati vincolati da Obama allo
sviluppo di produzioni a minor impatto ambientale, tanto è vero che la Fiat
costruirà la 500 elettrica negli Usa?
Come si spiega che un
operaio della Fiat prende millecinquecento euro medi netti al mese lavorando 40
ore settimanali e quello tedesco a parità di mansioni ne percepisce più di
tremila lavorando mediamente 35 ore settimanali, con una differenza del costo
della vita solo del 20% tra Italia e Germania?
Come si spiega che in
Italia, dopo l’enorme sostegno pubblico per gli investimenti Fiat soprattutto
nel mezzogiorno, viene annunciata la chiusura dello stabilimento di Termini
Imerese in Sicilia, per il 2011, con duemila posti di lavoro che saltano tra
diretti e indiretti?
Come si spiega che a
Melfi e a Mirafiori si licenziano delegati sindacali e lavoratori che esercitano
il diritto sacrosanto della critica e dello sciopero?
Come si spiega che a
Pomigliano i lavoratori debbano cancellare diritti previsti dai contratti e
dalle leggi sotto il ricatto della chiusura dell’azienda e dei licenziamenti?
C’è qualcosa che non va.
La sproporzione tra gli obiettivi dichiarati dall’azienda e le azioni concrete
messe in atto contro i lavoratori è troppo grande, c’è qualcos’altro, qualche
altro morivo non dichiarabile. Per l’Italia dei Valori bisogna sostenere
l’impresa non assistita, libera di agire sul mercato e rispettosa del Paese in
cui opera, perché raggiunga la necessaria competitività e flessibilità date
dalla concorrenza internazionale.
Siamo i primi
sostenitori dell’investimento a Pomigliano e della ricerca di nuove imprese per
Termini Imerese. E’ per questo che non capiamo i comportamenti della Fiat, a
meno che la risposta non sia quella riportata recentemente da “il Sole 24 ore”,
in cui si conferma l’intenzione della Fiat di separare nei prossimi mesi le
attività industriali di Iveco e Cnh dal resto del Gruppo. Il Gruppo ha debiti
consistenti che verrebbero distribuiti, a detta de “il Sole 24 ore”, sulla nuova
società (Fiat Industrial) per il 60% mentre solo il 40% rimarrebbe a Fiat Spa
con l’auto.
Quindi, ci chiediamo se
la Fiat non stia creando un problema sociale enorme per ricontrattare con lo
Stato e con il sistema bancario nuovi finanziamenti. In questo modo la Fiat
tenta di risolvere il vero problema che ha, cioè quello del ripianamento del
proprio debito, scaricando tutto sui lavoratori mentre gli azionisti proseguono
a distribuire dividendi. E’ una storia già vista in Italia. Ci permettiamo di
ricordare all’amministratore delegato Marchionne, che lui stesso dichiarò che
“il problema della competitività dell’auto non dipende dal costo del lavoro che
vale circa l’8% per unità di prodotto”.
Per l’Italia dei Valori
la strada della riduzione del salario dei lavoratori non pagando il premio di
risultato o riducendo i loro diritti è una strada cieca che porta solo enormi
danni, nel medio e lungo periodo, all’insieme dell’azienda. Non si possono
cercare capri espiatori nei lavoratori che percepiscono 800 euro al mese quando
sono in cassintegrazione, e quando lavorando non riescono più ad arrivare a fine
mese. Con quale motivazione e partecipazione possono contribuire al buon
andamento dell’impresa se non vengono rispettati?
Certo, siamo consapevoli
che in Francia c’è Sarkozy, in Germania la Merkel, negli Usa Obama mentre in
Italia il governo è assente. Ma questo non autorizza a sbagliare totalmente la
strategia da opporre alla crisi. Non si possono bastonare i lavoratori e
lisciare il pelo a chi ha la responsabilità di governare il Paese in un momento
estremamente critico per l’economia e non fa nulla per risolvere il problema.
Una forza politica come
l’Italia dei Valori, che è fuori dalla casta, dai compromessi di potere, dai
ladrocini e dai misfatti, ha deciso di scrivere questa lettera aperta
indirizzata a Lei, egregio dott. Marchionne e a tutti i lavoratori, perché
ritiene che un rapporto diretto tra le parti, senza falsi ministri del lavoro,
finti presidenti del consiglio e finti sindacalisti, sia l’unico modo per far
diventare la Fiat un’azienda italiana di cui essere orgogliosi.
Egregio dott. Marchionne,
fare l’operaio oggi in Italia è considerato un lavoro poco nobile. Si è
bistrattati da tutti e con lo stipendio percepito non si è neanche più in grado
di mantenere la propria famiglia. Esiste, dunque, la possibilità che nemmeno il
ricatto del posto di lavoro funzioni più, perché queste persone, che con il loro
lavoro tengono in piedi l’Italia, non avrebbero da perdere che le loro catene. |