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Italia dei Valori: Lettera alla Fiat

Roma, Sabato 17 Luglio 2010 - Da Massimiliano Travaglini riceviamo e pubblichiamo la lettera inviata dall'Italia dei Valori, a firma del Presidente Antonio Di Pietro e del Responsabile del Walfare e Lavoro Maurizio Zipponi:

All’amministratore delegato della Fiat

Sergio Marchionne

 

Ai dirigenti del gruppo Fiat

 

Ai rappresentanti delle organizzazioni sindacali

 

Ai lavoratori

 

Roma, 15 luglio 2010 - La vicenda della Fiat sta assumendo una dimensione tale da coinvolgere il Governo, le Istituzioni e le forze politiche che, come l’Italia dei Valori hanno a cuore il futuro dell’industria, dell’economia e dell’occupazione sana del nostro Paese.

L’Italia dei Valori ha individuato due punti di partenza per poter agire con saggezza su un tema così delicato, rispettando l’autonomia dell’impresa e del sindacato. Innanzitutto bisogna sottolineare che la Fiat è un’azienda che ha sempre ricevuto importanti finanziamenti pubblici da parte dello Stato e non può quindi pensare all’Italia solo come ad un mercato, come se non vi fosse una responsabilità sociale per le risorse ricevute. In secondo luogo, è necessario considerare gli esempi che arrivano dalla nuova mappa mondiale dei produttori di auto. Le aziende in Francia e in Germania si stanno occupando dei nuovi mercati e, contemporaneamente, investono nel proprio Paese senza mettere in contrapposizione i diritti dei lavoratori con i piani industriali.

Ci poniamo quindi alcune domande che giriamo agli azionisti, ai dirigenti della Fiat ed ai rappresentanti dei lavoratori.

Come si spiega che l’industria dell’auto tedesca, con un accordo tra Merkel e sindacati, stia investendo nel proprio Paese per produzioni qualificate e di alto valore aggiunto? 

Come si spiega che l’intenzione della Renault in Francia di chiudere stabilimenti e portare la produzione in Turchia sia stata definitivamente bloccata da Sarkozy?

Come si spiega che negli Usa gli aiuti pubblici alla Chrysler/Fiat sono stati vincolati da Obama allo sviluppo di produzioni a minor impatto ambientale, tanto è vero che la Fiat costruirà la 500 elettrica negli Usa?

Come si spiega che un operaio della Fiat prende millecinquecento euro medi netti al mese lavorando 40 ore settimanali e quello tedesco a parità di mansioni ne percepisce più di tremila lavorando mediamente 35 ore settimanali, con una differenza del costo della vita solo del 20% tra Italia e Germania?

Come si spiega che in Italia, dopo l’enorme sostegno pubblico per gli investimenti Fiat soprattutto nel mezzogiorno, viene annunciata la chiusura dello stabilimento di Termini Imerese in Sicilia, per il 2011, con duemila posti di lavoro che saltano tra diretti e indiretti?

Come si spiega che a Melfi e a Mirafiori si licenziano delegati sindacali e lavoratori che esercitano il diritto sacrosanto della critica e dello sciopero?

Come si spiega che a Pomigliano i lavoratori debbano cancellare diritti previsti dai contratti e dalle leggi sotto il ricatto della chiusura dell’azienda e dei licenziamenti?

C’è qualcosa che non va. La sproporzione tra gli obiettivi dichiarati dall’azienda e le azioni concrete messe in atto contro i lavoratori è troppo grande, c’è qualcos’altro, qualche altro morivo non dichiarabile. Per l’Italia dei Valori bisogna sostenere l’impresa non assistita, libera di agire sul mercato e rispettosa del Paese in cui opera, perché raggiunga la necessaria competitività e flessibilità date dalla concorrenza internazionale.

Siamo i primi sostenitori dell’investimento a Pomigliano e della ricerca di nuove imprese per Termini Imerese. E’ per questo che non capiamo i comportamenti della Fiat, a meno che la risposta non sia quella riportata recentemente da “il Sole 24 ore”, in cui si conferma l’intenzione della Fiat di separare nei prossimi mesi le attività industriali di Iveco e Cnh dal resto del Gruppo. Il Gruppo ha debiti consistenti che verrebbero distribuiti, a detta de “il Sole 24 ore”, sulla nuova società (Fiat Industrial) per il 60% mentre solo il 40% rimarrebbe a Fiat Spa con l’auto.

Quindi, ci chiediamo se la Fiat non stia creando un problema sociale enorme per ricontrattare con lo Stato e con il sistema bancario nuovi finanziamenti. In questo modo la Fiat tenta di risolvere il vero problema che ha, cioè quello del ripianamento del proprio debito, scaricando tutto sui lavoratori mentre gli azionisti proseguono a distribuire dividendi. E’ una storia già vista in Italia. Ci permettiamo di ricordare all’amministratore delegato Marchionne, che lui stesso dichiarò che “il problema della competitività dell’auto non dipende dal costo del lavoro che vale circa l’8% per unità di prodotto”.

Per l’Italia dei Valori la strada della riduzione del salario dei lavoratori non pagando il premio di risultato o riducendo i loro diritti è una strada cieca che porta solo enormi danni, nel medio e lungo periodo, all’insieme dell’azienda. Non si possono cercare capri espiatori nei lavoratori che percepiscono 800 euro al mese quando sono in cassintegrazione, e quando lavorando non riescono più ad arrivare a fine mese. Con quale motivazione e partecipazione possono contribuire al buon andamento dell’impresa se non vengono rispettati?

Certo, siamo consapevoli che in Francia c’è Sarkozy, in Germania la Merkel, negli Usa Obama mentre in Italia il governo è assente. Ma questo non autorizza a sbagliare totalmente la strategia da opporre alla crisi. Non si possono bastonare i lavoratori e lisciare il pelo a chi ha la responsabilità di governare il Paese in un momento estremamente critico per l’economia e non fa nulla per risolvere il problema.

Una forza politica come l’Italia dei Valori, che è fuori dalla casta, dai compromessi di potere, dai ladrocini e dai misfatti, ha deciso di scrivere questa lettera aperta indirizzata a Lei, egregio dott. Marchionne e a tutti i lavoratori, perché ritiene che un rapporto diretto tra le parti, senza falsi ministri del lavoro, finti presidenti del consiglio e finti sindacalisti, sia l’unico modo per far diventare la Fiat un’azienda italiana di cui essere orgogliosi.

Egregio dott. Marchionne, fare l’operaio oggi in Italia è considerato un lavoro poco nobile. Si è bistrattati da tutti e con lo stipendio percepito non si è neanche più in grado di mantenere la propria famiglia. Esiste, dunque, la possibilità che nemmeno il ricatto del posto di lavoro funzioni più, perché queste persone, che con il loro lavoro tengono in piedi l’Italia, non avrebbero da perdere che le loro catene.

Il presidente dell’Italia dei Valori

Antonio Di Pietro                                                                

Il responsabile welfare e lavoro

Maurizio Zipponi                                         

 
 
 
 
 
 
 
 
 

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