Intervista
esclusiva
IL
PREMIO NOBEL MARIO CAPECCHI
SI RACCONTA
di Lino Manocchia
New York, Mercoledì
26 Maggio 2010.
Buon giorno professor Capecchi. Parliamo
italiano o inglese?
«Preferirei inglese. Che vuole, sono nato in
Italia nel 1937 a Verona e “parlicchio” la
lingua madre soltanto quando vado in Italia una
volta l’anno, per una breve vacanza e per
impartire lezioni all’Università di Bologna,
tuttavia quel po’ di italiano che ancora alberga
nella mia mente lo insegno a mia figlia Misha,
che è un’ottima calciatrice».
Professore è una
tradizione paterna, allora?
“Sì, da giovane ho
fatto di tutto”
(Il
giovane Mario Capecchi giocò al calcio,
football, baseball e lotta libera; ndc)..
Iniziò così la nostra intervista esclusiva con
l'illustre Premio Nobel all'indomani della
premiazione. A distanza di tre anni abbiamo
conversato con il simpatico 72enne scienziato,
disputato dai congressi e università, variamente
conteso dalle belle signore, fedele com'è alla
fedelissima Laury.
In questa intervista
confessa: ”Non ho mai studiato biologia
all’università. E’ una materia che ho imparato
giorno dopo giorno nei laboratori. La mia vita
si svolge tutta lì e forse per questo mia
moglie dice che li’ moriro’”. E sorride.
Dopo
aver raggiunto la punta dell'iceberg ricevendo
il Premio Nobel 2007 per la Medicina e
Fisiologia insieme ai professori Oliver Smithies,
americano, e Martin J.Evans, inglese l’altro, il
Prof. Capecchi vede allargare gli orizzonti
della sua continua ricerca.
Professore,
possiamo chiedere “cosa bolle nelle provette
sperimentali” e cosa dobbiamo aspettarci?
Il Professore non
esita a spiegare ciò che è emerso dalle ricerche
genetiche dei roditori: "Abbiamo scoperto
che i topolini si comportano come una persona,
grazie al controllo delle cellule del sistema.
Una scoperta molto profonda ma significativa.
Tra qualche giorno le riviste scientifiche
specializzate ne pubblicheranno i risultati"
Questo significa
che la vostra magnifica scoperta potrà essere
applicata anche all’Uomo?
«Senz’altro. Siamo fortunati ad aver potuto
usare i topolini ma un giorno potremo dire che
proprio quelle piccole cavie hanno contribuito a
salvare molte vite…»
Ci spiega in che consiste la “scoperta”?
«Sono studi e scoperte sulle modificazioni
genetiche delle cellule staminali, in
particolare per lo sviluppo del “gene targeting”
nelle cellule staminali di embrioni di topi. Una
ricerca alquanto complessa a spiegarsi…»
Quanto tempo ha impiegato per il
raggiungimento del “successo”?
«Circa 20 anni, insieme a 20 colleghi dei
laboratori universitari dello Utah».
Professore, è vero che le grandi scoperte
sono spesso impreviste?
«Senza dubbio, ed è il mistero, la
perseveranza che stimolano. La perseveranza è un
fattore comune nella storia dei successi. Le
avversità possono essere un incentivo ed un
bisogno individuale per continuare nell’impresa»
Qual è il fattore principale, come scienziato,
che la sorregge?
«La concentrazione e l’essere esposto a
grandi diversità e disciplina ti stimolano e
dirigono le ricerche»
Come reagisce agli eventuali biliosi e
gelosi avversari?
«La tecnologia genetica solleva questioni
etiche, complesse come quelle che circondano la
pace nel mondo, ma per me queste domande sono
troppo specifiche».
Lo scienziato si lancia in una riflessione
chiara sapendo che con la sua scienza rischia di
sconfinare nell’etica fino a guardare molto da
vicino l’origine della vita…
«Quando si parla di vita umana non possiamo
avere un completo controllo…»
Lo stato d’animo del Prof. Capecchi si agita
quando gli chiediamo della sua infanzia e quando
affiora il ricordo del momento in cui mamma
Lucia venne deportata dai nazisti nel campo di
concentramento del sud e ritrovò il figlio, in
un ospedale, alla fine della guerra. Poetessa
provetta, con amore e dedizione scrisse poesie,
pubblicate in Germania.
Lucia incontrò un gruppo di artisti antifascisti
e si arruolò con un gruppo dell’Italia del Nord,
dove incontrò un ufficiale dell’aeronautica,
Luciano Capecchi, che però non sposò. Per
quattro anni il futuro Nobel visse con la madre
in uno chalet nelle Alpi italiane.
Che vita conducevate?
«Fu una vita interessante, una vera vita
rustica, coltivando grano che vendevamo al
mulino. Facevamo anche il vino, ed i ragazzi
gioivano a pestare l’uva. Ma erano comunque anni
difficili e cruenti che credo mi abbiano
segnato. Ma nel 1946 compimmo un magnifico
salto, dalle strade italiane ad una zona vicina
a Pittsburg, dove mio zio Edward creò un vero e
proprio “Comune” di 65 famiglie. Sono stato
fortunato a frequentare una scuola “Quaker”
(quacchera). Nelle elementari venivamo trattati
come studenti delle medie, e a tavola le
conversazioni erano “politiche”».
Dopo aver frequentato un college di Scienze
Politiche, cambiò per le Scienze e la
Matematica, e nel 1961 si laureò in Fisica e
Chimica “cum laude”.
Tuttavia confessa: «Non ho mai frequentato
una classe di Biologia. Ho imparato questa
“materia” nei laboratori, e continuerò ad
“imparare” e “scoprire” ancora per molto tempo».
Professore, chiediamo, lei vive ancora
nella famosa abitazione di Salt Lake City nello
Utah?
“Si, vivo con la
famiglia in una rustica casa a tre piani,
incurante della neve che durante l’inverno
supera spesso anche i 3 metri. A Salt Lake
City, in compagnia di due pappagalli, quattro
gatti, due can, due topolini (che cura
amabilmente) il cavallo Fraser, ed un"amico" che
custodiamo. Che vuole? Mia moglie ama i cavalli
e suole ripetere sempre che io morirò nel
laboratorio
(lo dice con un
sorriso). Non prima però di altri 23 anni,
poiche' ci sono tante cose da scoprire".
Ma in Italia ci
torna spesso?
"Quest'anno
a settembre e a dicembre sarò a Roma e poi in
una Università in Puglia”
Professore,
confessi. La cucina italiana l'ha dimenticata?
"Niente affatto.
Primo, perchè la cucina italiana è la regina nel
mondo, quindi come dimenticare quella pasta al
sugo di ragù? Poi, perchè io e mia moglie,
californiana ma avvezza al cibo italiano, siamo
discreti cuochi. Quando incappiamo in qualche
intoppo... "tecnico" ricorriamo al libro delle
meraviglie"
Se sia un nume
della scienza, un profeta della genetica, non
sappiamo, nè sta a noi dirlo. Quel che invece
sappiamo e diciamo è che questa e quella gli
devono molto ed il Nobel del 2007 ha
solennemente sancito le sue conquiste.