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Pescara,
Mercoledì 17 Novembre 2010 - In Abruzzo
corrono sullo stesso binario due processi di
riorganizzazione del servizio idrico: uno di
carattere commissariale avviato e portato
avanti dal Commissario Caputi e l’altro di
carattere preminentemente legislativo che vede
come soluzione organizzativa ai problemi attuali
di gestione poco efficiente, la trasformazione
della precedente suddivisione i sei Ambiti
Territoriali della programmazione ed indirizzo
idrico ad un unico Ato.
Tutte e due i
processi regionali avvengono in uno scenario
nazionale dove con la Legge Ronchi del 2009 si
vorrebbe rendere obbligatoria la progressiva
privatizzazione della gestione de bene comune
acqua.
Nonostante la
Regione abbia deliberato che l'acqua è un
diritto umano ed un bene comune privo di
rilevanza economica ad oggi l'assessore Di Paolo
e l'ing. Caputi non forniscono risposte chiare e
concrete su come procedere in tale direzione.
Anzi.
Dal punto di vista
del risanamento delle Aziende che gestiscono
l’acqua e degli Ato si mette al primo posto
l’aumento tariffario come soluzione economica e
la previsione di un progressivo aumento senza
limite del consumo della risorsa senza nessuna
reale contropartita in termina di trasparenza,
risanamento, investimenti e miglioramento del
servizi. Esattamente come farebbe una qualsiasi
azienda privatistica. Inoltre non si recidono le
spa patrimoniali di Sulmona e Lanciano e non si
fa tutto il necessario per obbligare ad una
revisione statutaria e normativa che renda gli
Ato perfettamente in house, in modo che la
scadenza del 31/12/2010 venga superata e si
possa avere per legge ancora un anno di tempo
prima della obbligatorietà della gara (anno che
con il voto referendario potrebbe portare al
blocco della legge di privatizzazione ed a
diverse soluzioni gestionali).
Dall’altro lato
l’unico punto reale sul quale l’Assessorato di
Di Paolo sembra attestare la difesa dell’acqua
pubblica è quello di presentare all’Autority
nazionale la possibilità di continuare a gestire
le reti in house, forma di gestione che la Legge
di privatizzazione di Ronchi ritiene residuale.
Se l’Autority
dovesse negare l’assenso a dicembre si dovrebbe
andare a gara ed iniziare a dare quote della
gestione del’acqua ai privati?
Se nel frattempo
dovesse essere accettato il ricorso di
incostituzionalità presentato da 6 Regioni
Italiane contro la Legge Ronchi? E se nella
consultazione referendaria vincessero i SI
permettendo di riaprire il percorso di una vera
e partecipata ed efficace gestione pubblica come
si farà a tornare indietro?
L’assessore di
Paolo ha avviato dei colloqui con le
organizzazioni sindacali di settore e con le
aziende acquedottistiche e si appresta farlo
con le associazioni dei consumatori ma non ci
sembra siano stati affrontati e risolti questi
nodi essenziali.
Tra l’altro senza
garantire un reale processo di riorganizzazione
pubblica non si sono messi in sicurezza nemmeno
i posti di lavoro del settore visto che con le
privatizzazioni primi ad essere decimati sono
stati i lavoratori stessi.
Di tutto questo
l’Assessore di Paolo non ne ha parlato con le
organizzazioni ambientaliste e i movimenti che
in questi anni hanno difeso l’acqua da
privatizzazioni ed inquinamenti di ogni sorta ,
anche quando le istituzioni non hanno brillato
in capacità di controllo e gestione! Non ha
ascoltato le ragioni di chi ha raccolto in
Abruzzo 25000 firme contro la legge Ronchi!
Sono state valutate
le proposte che in questi anni sono venute dalla
società civile in merito alla gestione pubblica
e partecipata dell’acqua? Sono stati ascoltati i
comuni che dai processi di riforma attuali
verrebbe fatti fuori dalla gestione e controllo
di un bene così prezioso visto che nelle
proposte dell’ Ato unico vengono estromessi?
Allo stesso tempo è
stato messo a calendario della Regione Abruzzo
l’attività della Commissione che dovrà discutere
del tema e se non si fa chiarezza pubblica e
generale sul tema l’enunciazione sulla
pubblicità della gestione dell’acqua del
Consiglio potrebbe rimanere lettera morta .
Queste riflessioni
ci portano non solo a sottolineare i problemi
esistenti ma a formulare delle proposte
concrete:
1- Avviare un vero
processo partecipativo che porti la Commissione
regionale e l’Assessore ad audire e valutare
tutte le proposte delle forze sociali,
istituzionali, ambientaliste e di movimento per
arrivare ad un testo condiviso e che
concretamente difenda la gestione pubblica
dell’acqua e la partecipazione delle comunità
locali.
2-Chiedere da parte
della Regione una moratoria dei processi di
privatizzazione fino a quando non si conoscerà
l’esito del ricorso alla Corte Costituzionale e
finchè si svolgeranno i referendum abrogativi
richiesti da 1 milione e 400 mila cittadini.
3-Immediato
adeguamento degli Ato affinchè siano a tutti gli
effetti in house per avere in termini di legge
lo spostamento al 31/12/2011 dell’obbligo di
gara.
4-Valutare le
normative e proposte messe in campo da altre
regioni italiane (come la Puglia, la Sicilia, il
Molise) che si stanno avviando a sperimentare
una diversa e migliore gestione pubblica del
bene acqua, fuori dalla gestione basata sul
diritto commerciale. |