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Trofeo Matteotti. Ormai
è assurto a «classica» e
ad appuntamento
obbligato per il gotha
del ciclismo
nostrano. Prestigio e
fascino in lievitazione
di anno in anno. Ma chi
dice
Trofeo Matteotti dice
Vito Taccone, l'unico
abruzzese che ha apposto
la firma
nell'albo d'oro della
«Corsa degli
Abruzzesi». Neanche al
grande Alessandro
Fantini riuscì quest'impresa
di
orgoglio e di riscatto.
Giusto quindi che
Taccone vada fiero di
quella vittoria
nel ventre di Pescara
nell'assolato pomeriggio
del 24 luglio 1966. Per
lui il
«Matteotti» ha sempre
avuto un significato
«speciale». Quel
successo gli ha
regalato la più grande
gioia della sua carriera
di personaggio scabroso
del pedale anni
sessanta. «Ho vinto
abbastanza per farmi un
nome pur se non sono
stato mai un campione
che segna
un'epoca - puntualizza
con gli occhi
che si inumidiscono di
fierezza -. Nel
mio palmares figurano il
Giro di Lombardia, la
Milano-Torino, i Giri di
Toscana,
Piemonte, Campania,
imprese quasi epiche,
tappe e gran premi della
montagna nei vari Giri
d'Italia, ma davanti a
tutti metto il Trofeo
Matteotti. Ancora adesso
mi vengono i brividi al
ricordo dell'immenso
abbraccio della
mia gente d'Abruzzo, il
suo entusiasmo,
la gioia che le ho
procurato».
- Ci racconti quella
giornata, Taccone...
«Era estate, luglio
inoltrato. Faceva
molto caldo e sotto il
sole dell'Adriatico
lo scenario della folla,
della «mia» folla,
era
impressionante. Le
parole non bastano
per disegnarlo. Tenevo a
vincere
quella corsa più che
ogni altra cosa
al mondo. Mi rapai
persino la testa a
zero per pegno scaramantico, quasi per un voto. Fin dal mattino
mi stabilii in
capo al gruppo
gettandomi in ogni fuga
e catapultandomi
su chiunque tentava
una sortita. Fu una corsa tremenda, ad eliminazione. A tre giri dalla conclusione eravamo in quattro in fuga, poi tre, infine due, Gimondi e io. All'ultima tornata rimasi solo
io. Ero talmente
caricato che lasciai sui
pedali
anche Gimondi che pure
non era un pivello. Gli
ultimi chilometri li
divorai tra due ali di
folla impazzita, in un
metro appena di
strada. Il grido di
«Vito, Vito» mi trascinò
letteralmente al
traguardo tanto che tre
quarti della forza per
vincere il «Matteotti»
me li diede
la «mia» gente, solo un
quarto era delle
mie gambe. Quando
tagliai lo striscione
d'arrivo non
potei trattenere un
pianto
di commozione e di
felicità. Sarà un
po' deamìcisiano,
patetico, melenso
quanto sto raccontando
ma è realtà vissuta
da chi, come me, è
riuscito nella rivalsa e
nel riscatto in nome di
una
terra oppressa nei
confronti del nord
ma una terra di gente
tenace, orgogliosa,
dignitosa».
- Anche questo è il
significato di quel
successo per lei?
«Anche, ma quel
«Matteotti» per me
ha significato tutto
come corridore-uomo.
Volevo regalare agli
abruzzesi la «loro»
corsa che è poi
diventata anche la mia.
L'esserci riuscito mi
gonfia ancora
adesso di orgoglio.
Quella giornata è
indimenticabile».
-
Parliamo di oggi. Un
nome nuovo
è spuntato dall'Abruzzo.
Masciarelli.
Può ripetere l'impresa
di Taccone?
«Perché no?
Personalmente debbo un
grazie a
Masciarelli. Quando ha
vinto la tappa di
Potenza al Giro mi ha
fatto
sentire più giovane di
vent'anni. Con
lui ho rivissuto il mio
primo successo
da professionista,
proprio nella Bari-Potenza
del Giro d'Italia del
1961. Anche per
questo auguro a
Masciarelli di vincere
il «Matteotti».
- E' sincero?
«Perché non dovrei,
scusi?»
- Beh, non le darebbe
fastidio perdere... l'esclusiva di unico abruzzese vittorioso nella corsa degli abruzzesi?
«Nemmeno per idea!
Masciarelli farebbe
rivincere Taccone e
soprattutto
la gente d'Abruzzo dopo
quindici anni».
- Oltre Masciarelli
altri abruzzesi
stanno mettendosi in
evidenza, dai fratelli
Bevilacqua a D'Alonzo...
«Sì, stanno andando
benino. Lei dimentica
un ragazzo che secondo
me non
è inferiore a tanti
altri, è D'Arcangelo. E'
molto sfortunato, deve
quintuplicare i
suoi sforzi per restare
a galla perchè
non è accasato ma
assicuro che ha stoffa.
Perché il commendator
Scibilia si
è dimenticato di lui?»
-
Cosa consiglierebbe lei
a questi
giovanotti per tentare
la vittoria nel
Trofeo Matteotti?
«Di non puntare soltanto
a un piazzamento
onorevole. AI
«Matteotti» non
serve o almeno non
appaga. Io li con-siglierei
di essere sempre lì
davanti,
di scattare, di entrare
in ogni fuga come
feci io. In questo modo
si elettrizza il
pubblico e ci si
elettrizza. Si può anche
scoppiare ed essere
costretti al ritiro
ma non sarebbe un'onta
dopo aver speso
tutto quanto si ha
dentro. Coraggio
allora, ragazzi!»
- E il suo favorito
in assoluto?
«Mi piacerebbe che
vincesse Saronni.
Ho seguito la sua
vicenda umana al
Giro attraverso i
giornali e la Tv. L'ho
visto umiliato,
afflitto. Se è un
campione Saronni deve
rispondere con le gambe
alle provocazioni e alle
avversioni che
gli hanno scagliato
addosso. Dico Saronni,
dunque, ma bene inteso
solo
se è destino che non
riesca a vincere
un abruzzese». |