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Taccone "rapato" saluta Gimondi

da "Le storie" di Stadio Corriere dello Sport del 13 giugno 1981

L'intervista a Vito Taccone

Trofeo Matteotti. Ormai è assurto a «classica» e ad appuntamento obbligato per il gotha del ciclismo nostrano. Prestigio e fascino in lievitazione di anno in anno. Ma chi dice Trofeo Matteotti dice Vito Taccone, l'unico abruzzese che ha apposto la firma nell'albo d'oro della «Corsa degli Abruzzesi». Neanche al grande Alessandro Fantini riuscì quest'impresa di orgoglio e di riscatto. Giusto quindi che Taccone vada fiero di quella vittoria nel ventre di Pescara nell'assolato pomeriggio del 24 luglio 1966. Per lui il «Matteotti» ha sempre avuto un significato «speciale». Quel successo gli ha regalato la più grande gioia della sua carriera di personaggio scabroso del pedale anni sessanta. «Ho vinto abbastanza per farmi un nome pur se non sono stato mai un campione che segna un'epoca - puntualizza con gli occhi che si inumidiscono di fierezza -. Nel mio palmares figurano il Giro di Lombardia, la Milano-Torino, i Giri di Toscana, Piemonte, Campania, imprese quasi epiche, tappe e gran premi della montagna nei vari Giri d'Italia, ma davanti a tutti metto il Trofeo Matteotti. Ancora adesso mi vengono i brividi al ricordo dell'immenso abbraccio della mia gente d'Abruzzo, il suo entusiasmo, la gioia che le ho procurato».

- Ci racconti quella giornata, Taccone...

«Era estate, luglio inoltrato. Faceva molto caldo e sotto il sole dell'Adriatico lo scenario della folla, della «mia» folla, era impressionante. Le parole non bastano per disegnarlo. Tenevo a vincere quella corsa più che ogni altra cosa al mondo. Mi rapai persino la testa a zero per pegno scaramantico, quasi per un voto. Fin dal mattino mi stabilii in capo al gruppo gettandomi in ogni fuga e catapultandomi su chiunque tentava una sortita. Fu una corsa tremenda, ad eliminazione. A tre giri dalla conclusione eravamo in quattro in fuga, poi tre, infine due, Gimondi e io. All'ultima tornata rimasi solo io. Ero talmente caricato che lasciai sui pedali anche Gimondi che pure non era un pivello. Gli ultimi chilometri li divorai tra due ali di folla impazzita, in un metro appena di strada. Il grido di «Vito, Vito» mi trascinò letteralmente al traguardo tanto che tre quarti della forza per vincere il «Matteotti» me li diede la «mia» gente, solo un quarto era delle mie gambe. Quando tagliai lo striscione d'arrivo non potei trattenere un pianto di commozione e di felicità. Sarà un po' deamìcisiano, patetico, melenso quanto sto raccontando ma è realtà vissuta da chi, come me, è riuscito nella rivalsa e nel riscatto in nome di una terra oppressa nei confronti del nord ma una terra di gente tenace, orgogliosa, dignitosa».

- Anche questo è il significato di quel successo per lei?

«Anche, ma quel «Matteotti» per me ha significato tutto come corridore-uomo. Volevo regalare agli abruzzesi la «loro» corsa che è poi diventata anche la mia. L'esserci riuscito mi gonfia ancora adesso di orgoglio. Quella giornata è indimenticabile».

- Parliamo di oggi. Un nome nuovo è spuntato dall'Abruzzo. Masciarelli. Può ripetere l'impresa di Taccone?

«Perché no? Personalmente debbo un grazie a Masciarelli. Quando ha vinto la tappa di Potenza al Giro mi ha fatto sentire più giovane di vent'anni. Con lui ho rivissuto il mio primo successo da professionista, proprio nella Bari-Potenza del Giro d'Italia del 1961. Anche per questo auguro a Masciarelli di vincere il «Matteotti».

- E' sincero?

«Perché non dovrei, scusi?»

- Beh, non le darebbe fastidio perdere... l'esclusiva di unico abruzzese vittorioso nella corsa degli abruzzesi?

«Nemmeno per idea! Masciarelli farebbe rivincere Taccone e soprattutto la gente d'Abruzzo dopo quindici anni».

- Oltre Masciarelli altri abruzzesi stanno mettendosi in evidenza, dai fratelli Bevilacqua a D'Alonzo...

«Sì, stanno andando benino. Lei dimentica un ragazzo che secondo me non è inferiore a tanti altri, è D'Arcangelo. E' molto sfortunato, deve quintuplicare i suoi sforzi per restare a galla perchè non è accasato ma assicuro che ha stoffa. Perché il commendator Scibilia si è dimenticato di lui?»

- Cosa consiglierebbe lei a questi giovanotti per tentare la vittoria nel Trofeo Matteotti?

«Di non puntare soltanto a un piazzamento onorevole. AI «Matteotti» non serve o almeno non appaga. Io li con-siglierei di essere sempre lì davanti, di scattare, di entrare in ogni fuga come feci io. In questo modo si elettrizza il pubblico e ci si elettrizza. Si può anche scoppiare ed essere costretti al ritiro ma non sarebbe un'onta dopo aver spe­so tutto quanto si ha dentro. Coraggio allora, ragazzi!»

- E il suo favorito in assoluto?

«Mi piacerebbe che vincesse Saronni. Ho seguito la sua vicenda umana al Giro attraverso i giornali e la Tv. L'ho visto umiliato, afflitto. Se è un campione Saronni deve rispondere con le gambe alle provocazioni e alle avversioni che gli hanno scagliato addosso. Dico Saronni, dunque, ma bene inteso solo se è destino che non riesca a vincere un abruzzese».

Ludovico Raimondi

Dal Direttore

Il Matteotti secondo Vito Taccone

Impresa di orgoglio e di riscatto

6 Agosto 2009 - Il triste e mortificante caso del Trofeo Matteotti, che Pescara deve riporre nel cassetto dopo 64 anni dalla nascita nel 1945, mi ha portato a rispolverare, non senza commozione e nostalgia, un'intervista che il compianto Vito Taccone mi rilasciò per Stadio-Corriere dello Sport del 13 giugno 1981. Si avvicinava la 36ª edizione del Trofeo che il Camoscio d'Abruzzo aveva vinto, unico degli abruzzesi,  il 24 luglio del 1966. Vito mi raccontò quella corsa, la corsa degli Abruzzesi, con tutto lo straordinario entusiasmo e il genuino trasporto che l'amore per la sua, la nostra terra, gli facevano uscire dal cuore. Dedicargli una pagina in questa mesta circostanza è il minimo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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